(di Francesco Parrella) La «uallera», una delle espressioni napoletane più colorite, ma anche un sostantivo che si presta a diverse declinazioni, diventa un brand per gioielli artigianali. L’idea è di Annalisa Mannara, social media manager di 49 anni, originaria di Cava de’ Tirreni, che lo scorso anno ha aperto un negozio e-commerce dove vende gioielli in argento e pasta di corallo, realizzati uno ad uno a mano da maestri artigiani napoletani, denominati «La wallera». Così, uno dei tanti modi di dire quotidiani partenopei, come «m'hai abbuffata 'a uallera», trova in questa idea un simbolo ribelle contro la negatività, spiega Mannara.E la superstizione, si sa, occupa un posto rilevante nella tradizione napoletana, come tale è anche un potente attrattore ricercato dalla clientela. A Napoli già diversi negozi hanno chiesto alla 49enne di poter esporre il prodotto nelle proprie vetrine, dai Quartieri Spagnoli a San Gregorio Armeno, la via dei presepi, dove già da anni gli artigiani locali si sono inventati i corni portafortuna «collaudati».«Devo fare anch’io questo rito dell’attivazione – ride Annalisa -, anche perché molti mi chiedono: ma come si usa questo gioiello, si deve regalare come il cornetto, si deve sfregare? Io rispondo che va tenuto sempre in mano e nei momenti particolari va sfregato con continuità». La 49enne ricorda poi come è nata l’idea. «Siccome sono una persona molto attiva, a cui non piacciono i lamenti, usavo spesso come intercalare la parola “uallera”, tant’è che un giorno un amico mi disse: quando giri per strada ti chiamano lady uallera, perché non fai qualcosa che possa rappresentarti?». Detto, fatto. «E l’idea – aggiunge – è nata cosi, un po' per gioco. Poi, avendo diversi contatti con persone che lavoravano il corallo, ho abbinato questo brand ai prodotti creati dagli artigiani locali. Studiando la parola - prosegue - ho trovato anche che c’è tutta una leggenda in cui si narra che gli antichi greci prima di una battaglia, usavano strapparsi dei peli dal pube, per dimostrare il loro coraggio e la loro forza: un rito scaramantico, da cui con molta probabilità discende il fatto che oggi i maschietti contro la sfortuna si toccano le parti intime. L’intento di questa idea non vuole assolutamente essere un qualcosa di volgare - precisa la donna - ma vuole portare semmai dei valori di leggerezza, anche perché per fortuna ci sono ancora persone che vogliono ridere e rifiutare tutto il negativo che offre la quotidianità». Tra i testimonial dell’iniziativa non poteva mancare Tony Tammaro, ma anche Gigi&Ross, «A figlia d’o Marenaro», Ciro Poppella e Maura Bloom, la comica che gioca sui valori di genere e usa spesso la parola «uallera» nei suoi spettacoli. «Il riscontro dei clienti? Ho registrato tanta allegria – dice la manager - qualcuno mi racconta dei problemi che ha e del bisogno di un portafortuna come appunto la “uallera”. Ieri mi ha scritto una ragazza dicendomi che appena l’ha ordinata gli è arrivata una notizia bella. Visto, ho risposto, la “uallera” funziona. Da parte mia - poi aggiunge - non alimento la scaramanzia tra le persone, che è un sentimento molto personale, semmai mi piace stuzzicare la loro positività. Per i turisti è diverso, tanti non conoscono il significato della parola, ci potranno arrivare ma col tempo, e poi il turista è abituato al classico cornetto. Ricevo invece molte recensioni da Torino, Roma, dalla Puglia. Tra questi qualcuno mi ha scritto: ho lavorato un anno a Napoli, e la prima parola che ho imparato è stata proprio la “uallera”», sorride.
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